Mi fa un pieno di olio fritto? La nuova sfida ecologica

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ROMA, 1 Marzo – Una nuova vita per l’olio fritto. Secondo i promotori del progetto “Oileco” l’olio alimentare da frittura proveniente dalle cucine, se raccolto e trasformato potrebbe essere usato per illuminazione pubblica, per fare il pieno degli autobus, per riscaldare piscine o scuole comunali. Le potenzialità del recupero di quello che tecnicamente è definito “Oapc” (Olio alimentare post consumo) lo spiega   Michele Faberi, esperto di valorizzazione energetica di Ecosoluzioni. L’esperto afferma: “l’olio è un combustibile a tutti gli effetti”.

Nel recuperare l’olio, osserva l’esperto, c’è un duplice beneficio, ambientale ed economico, rispetto alla dispersione nel lavandino o nel water che danneggia soprattutto i depuratori ed inquina le acque che poi finiranno nei corsi d’acqua e a mare. La raccolta e la pulizia dell’olio – per Faberi – deve “inserirsi all’interno di una catena virtuosa, di una filiera”, che è poi l’intento di Ecolsuzioni in un’ottica di insieme tra comuni che dovrebbero federarsi. Insomma, dice Faberi, servono “politiche di bacino”.  Questo anche perché per esempio i comuni perdono il controllo degli oli industriali (ristoranti e catene alimentari) dal momento che non è un rifiuto urbano. In ogni caso tra industriale e domestico si stima di poter arrivare a 4,5 kg a testa all’anno; affinché l’investimento sia conveniente serve comunque un bacino di 150-200.000 abitanti “puntando alla filiera corta”. In un anno un’azienda può pensare di sfiorare il tetto delle 600 tonnellate di olio (con 4 kg a testa di olio all’anno) recuperando “un bene che altrimenti sarebbe disperso”. Infine, per incentivare i sindaci a federarsi, conclude Faberi, si può puntare a incentrare la discussione sullo strumento amministrativo del ‘patto dei sindaci’, specie sul versante della riduzione delle emissioni e dell’uso minore dei combustibili fossili, anche per avere la possibilità di accedere a finanziamenti europei.

Valentina Ferrari

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