Rachida Radi, Identità negata oltre la fine

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BRESCELLO, 27 NOVEMBRERachida Radi è morta a 35 anni, uccisa dal marito Mohamed El Ayani (39 anni), massacrata a colpi di martello. Condannata ad una morte atroce, da animale.

La donna sentiva da tempo il rapporto col marito logorarsi, sotto il peso della cultura retrograda in cui viveva la sua famiglia.

Aveva approfittato di un viaggio estivo del marito per preparare i documenti per la separazione, un atto necessario per la donna, ormai come il respiro.

Voleva far crescere le sue due figlie in un mondo nuovo Rachida, in un paese dove le donne non fossero considerate solo angeli reclusi dietro al focolare. Aveva fiducia del futuro, nella gente del luogo in cui viveva, cercava l’integrazione frequentando la parrocchia, forse camminava su un sentiero di conversione della fede.

Il marito, messo di fronte alla prospettiva di cambiamenti così radicali della moglie, ha reagito con una violenza inaudita.

Adesso che Rachida è morta, nessuno ne reclama la salma per l’inumazione.

Nessuna fede vuole raccoglierla e donarle la pace di una degna sepoltura, ne quella musulmana distorta dalla violenza ingiustificata del marito, ne quella cristiana a cui si era accostata nella speranza più di integrarsi e capire il mondo in cui viveva, che per salvare se stessa.

A Rachida è negata ora ogni identità ed appartenenza, forse perchè secondo i canoni di giudizio della fede, peccava di diversità, mutamento, autonomia culturale, in una semplice parola, libertà.

Luca Brandetti

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