‘Ndrangheta: dichiarazione fiume della pentita Giuseppina Pesce

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ROMA, 23 Maggio  –  Una lunga deposizione durata oltre otto ore per rivelare intrecci e complotti della cosca Pesce. La pentita, Giuseppe Pesce, è stata ascoltata a Roma, nell’aula del carcere di Rebibbia, nel corso dell’udienza del processo contro la cosca di Rosarno. Rispondendo alle domande del Pm, Alessandra Cerreti,  Giuseppina Pesce ha dichiarato che la cosca aveva rapporti con il giudice della Corte di Cassazione, Corrado Carnevale, al quale si rivolgeva per ottenere scarcerazioni per i propri affiliati.

Una zona grigia, un connubio tra mafia e giustizia rivelato dalla pentita nella sua deposizione. A tenere i contatti con il giudice era il suocero della Pesce, Gaetano Palaia. Un’amicizia durata sino al 2005, quando Carnevale lasciò il suo incarico e Palaia, rifiutò ogni altra intercessione. La pentita ha parlato anche dei contatti che la cosca Pesce avrebbe avuto con un funzionario del Dap, tramite un avvocato di Milano e uno di Palmi, per ottenere il trasferimento del padre, Salvatore, da un carcere del nord in Calabria. ”Non ho mai conosciuto nessun clan Pesce – ha risposto Carnevale – ne’ alcuna persona che vi appartenga, e non mi occupo del settore penale della giustizia dal 1992, quando chiesi di essere trasferito al ramo civile. Sono assolutamente tranquillo”.

Giuseppe Pesce non soltanto ha confermato l’esistenza della cosca Pesce, ma ne ha descritto l’organigramma ammettendo di avere partecipato direttamente alle attività della cosca, ricoprendo il ruolo di tramite tra il padre Salvatore, detenuto e gli altri affiliati. La pentita ha anche confermato le dichiarazioni rese in istruttoria circa i contatti dei Pesce con un sottufficiale dei carabinieri di Rosarno,  grazie ai quali  la cosca conosceva in anticipo le operazioni in preparazione da parte delle forze dell’ordine.

Infine, Giuseppina Pesce ha ribadito che il capo della cosca è Antonino Pesce, 59 anni, e che all’interno dell’organizzazione esisteva una cassa comune che serviva per pagare gli avvocati e sostenere le famiglie degli affiliati detenuti e che lei stessa raccoglieva con la madre i soldi delle estorsioni.

Daniela Gangemi

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