Bergamo: Maroni e Bossi uniti provano a rilanciare il partito

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BERGAMO, 11 Aprile – La Lega Nord riparte da Bergamo, con le scope in mano e lo storico leader commosso che parla di complotto ma chiede perdono: “I danni sono stati fatti da quelli che portano il mio cognome. Mi spiace enormemente, scusate'”, ammette. “Mi dispiace per la Lega e anche per i miei figli, li ho rovinati io. Dovevo fare come Berlusconi mandare i figli a studiare all’estero, mandarli via per salvarli”, aggiunge commosso, interrotto da qualche fischio: “Mi piange il cuore”. Bossi non parla di Rosi Mauro, la vice presidente del Senato, accusata di aver speso i soldi della Lega per sue esigenze personali. Ma difende a spada tratta la moglie, Manuela. Marrone, sospettata di aver usato i rimborsi elettorali per la sua scuola, la Bosina. “Addirittura si ‘e detto che mia moglie fa le messe nere: poveraccia, lei insegna, questa è pura persecuzione”. Ma gli basta nominare Belsito (“era pulito”, sostiene) e ribadire che si è trattato di un “complotto” che la platea s’infiamma e partono i fischi.

Dopo i dirigenti locali, ad aprire il comizio dell’orgoglio leghista, che prova a risorgere dallo scandalo della gestione dei rimborsi elettorali, è Roberto Maroni, divenuto uomo-simbolo della richiesta di pulizia dalle “mele marce” che hanno gettato ombre sul partito.

All’inizio, tra la base è gara di cori “Maroni, Maroni” e “Bossi, Bossi”, come se a Bergamo la base fosse chiamata a scegliere il prossimo segretario federale del movimento, dopo il passo indietro di Bossi. Ma Maroni è netto. Da una parte, spinge per il cambiamento e per l’espulsione di chi ha sbagliato. Dall’altra, ha parole di comprensione e affetto per il vecchio amico Umberto. “Bossi non c’entra niente, ha fatto un gesto da vero leghista”, scandisce, eliminando ogni tentazione alla divisione interna. Il risultato è che Maroni non riesce neanche quasi a nominare Renzo Bossi che la platea copre la sua voce con i fischi. Poi tocca a Bossi, come da tradizione, la chiusura della serata. L’intervento del fondatore del Carroccio è un accorato appello all’unità del movimento. Bossi chiede alla base e ai dirigenti con lui sul palco, oltre a Maroni anche gli altri triumviri, Roberto Calderoli e Manuela Dal Lago, un “giuramento” per superare le divisioni “perché il vero nemico è il centralismo romano, e da oggi si riparte a testa bassa”, spiega. La chiusura del comizio si finisce con Maroni sul palco con la scopa in mano. E, prendendo il microfono, al tradizionale grido corale “Liberta”, aggiunge, con puntiglio, ‘Pulizia’.

Valentina Ferrari

Fonte Immagine: Lapresse

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