Famiglie italiane al quinto posto nel mondo per ricchezza

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Roma, 11 Aprile –  Sembra una sorpresa ma è la verità: dall’inizio della Recessione datata 2007 le famiglie italiane risultano le quinte al mondo per ricchezza finanziaria, dietro a Stati Uniti, Giappone, Regno Unito e Canada. Il responso è del  Global financial stability sul report del Fondo monetario internazionale, calcolata su fondi pensioni, titoli di stato e azionari. Nel 2010 la ricchezza delle famiglie italiane è del 234% del Pil nominale, davanti a Francia, con il 197% del Pil e Australia, con il 190% del Pil.

Ma la situazione è e resta molto pesante caratterizzata da una recessione più profonda e prolungata dovuto all’enorme  indebitamento registrato dalle famiglie di molti paesi nei cinque anni precedenti la grande recessione. Scettici gli economisti dell’Fmi che nel terzo capitolo del World Economic Outlook, sottolineano come “l’amplificazione della crisi legata ai bilanci familiari, possa essere contrastata dall’intervento dei governi, sia in termini di sostegno ai disoccupati, sia di politica monetaria più espansiva, anche se lo stimolo macroeconomico ha dei limiti.

Le famiglie in molte economie stanno lottando con il peso del debito accumulato prima della Grande recessione. Durante i cinque anni precedenti il 2007, il rapporto tra debito e reddito delle famiglie è cresciuto ai massimi storici sia nei paesi avanzati che in alcune economie emergenti. È stato il tempo delle cicale. Nelle economie avanzate, nei cinque anni prima del 2007, il rapporto debito/reddito delle famiglie è esploso di una media del 39% al 138%. Non solo. In Danimarca, Islanda, Irlanda, Olanda e Norvegia il debito ha raggiunto il picco del 200% delle entrate delle famiglie“.

Conclude l’Fmi: ”La crisi finanziaria mondiale e le preoccupazioni circa la sostenibilitá del debito sovrano in molte economie avanzate hanno dimostrato che non esistono più beni che possono essere considerati davvero al sicuro”. La nota positiva è che l’Italia rimane “un popolo di laboriose formichine”.

Stefano Parisi

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