Yara Gambirasio, Tutti gli interrogativi ancora aperti un anno dopo

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BERGAMO, 26 NOVEMBRE – Sembra ieri, ma è già passato un anno, era il 26 novembre 2010, la giovanissima Yara Gambirasio, spariva nel nulla, come inghiottita dalla fredda notte bergamasca.

Secondo quanto ipotizzato, la ragazzina stava percorrendo la strada che l’avrebbe ricondotta dalla palestra dove praticava Ginnastica Artistica a casa.

Un’uscita intempestiva, come i giovani ne fanno tante nel pomeriggio.

Portava in palestra lo stereo per la gara che si sarebbe tenuta la domenica.

Era un tratto di spazio breve secondo quanto ci hanno raccontato i media, un frammento urbano che da quel momento, per chi ama Yara si è come sospeso ed espanso, fino a divenire immenso, interminabile, pieno solamente dell’assenza della propria figlia.

Quella sospensione è durata quattro mesi, sino al 26 febbraio 2011, quando i resti della ragazza vengono rinvenuti in un campo in Località Chignolo D’Isola, a più di nove chilometri da dove è sparita.

Sul corpo le analisi autoptiche trovano i segni della violenza, segni strani, che forse la foga di dare un volto agli assassini, spingono a pensare che Yara sia stata vittima di insani riti. Pista quasi subito abbandonata dagli inquirenti.

LE INDAGINI

Il delitto diventa come solitamente accade in questi casi, una singolarità attorno a cui si concentrano svariate ipotesi, sulle quali i commentatori nei talk show cominciano a ragionare. Intanto chi si occupa delle indagini fa il suo lavoro mantenendo uno scrupoloso riserbo.

LE ANALISI DEI DNA

Letizia Ruggeri, il pubblico ministero che segue il caso, ha predisposto i prelievi DNA per confrontarli con quelli rinvenuti sui leggings e sugli slip indossati dalla vittima, e dare nome e volto a chi ha ucciso la ragazza.

10.000 i prelievi, 8.000 i confronti effettuati fino a questo momento, 12.000 persone intercettate, centinaia di testimoni ascoltati, verifiche incrociate per verificare gli alibi, testimonianze, elaborazione di nuove piste investigative.

Il comandante dei RIS di Parma, Giampietro Lago, ha chiesto l’aiuto dell’FBI statunitense per risolvere il caso, portando i campioni sino in America che è sicuramente dotata di tecnologie più all’avanguardia. Si spera ora che questa mossa possa sbrogliare la matassa dei DNA rilevati sui reperti.

IL TELEFONO CELLULARE

Le indagini sulle celle telefoniche hanno rivelato che l’ultima cella agganciata dal cellulare di Yara, si trovava vicino al quartiere Mapello, luogo dove un cantiere è divenuto nel frattempo un centro commerciale.

L’AUTOPSIA

Nei polmoni della vittima vengono trovate tracce di polveri normalmente presenti nei cantieri.

I segni sul suo corpo, lasciano ad intendere una statura non troppo alta dell’aggressore (1,7 m circa).

La ragazza ha ricevuto un colpo alla testa con un oggetto pesante, forse una pietra. I tagli sui polsi, al collo e sulla schiena sono stati inferti da una lama. Forse c’è stato un tentativo di strangolamento.

LA MORTE

A segnare la fine di Yara non è stata la concomitanza di diverse violenze subite. Chi l’ha uccisa pensava fosse morta e l’ha abbandonata nel freddo della notte, dove la morte è sopraggiunta per shock ed assideramento.

Aldilà delle dovute celebrazioni che avranno luogo oggi, laiche o religiose che siano, dovute al ricordo di Yara, non possiamo far altro che rinnovare la fiducia per il lavoro degli inquirenti e augurarci che questa tragedia, possa trovare un filo di luce che illumini la verità che loro ancora sfugge.

Luca Brandetti

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