Israele legalizza tre avamposti in Cisgiordania: scatta la denuncia dell’ANP

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ROMA, 25 Aprile – Il governo israeliano ha approvato la legalizzazione di tre “avamposti” ebraici in Cisgiordania. La decisione di “formalizzare lo status” delle tre comunità di Bruchin, Rechelim e Sansana, istituite alla fine degli anni ’90 e abitate complessivamente da circa 800 coloni israeliani, arriva in seguito alla lunga riunione notturna di una commissione interministeriale presieduta del primo ministro Benjamin Netanyahu. Immediata la reazione dell’Autorità nazionale palestinese, che ha interpretato la decisione del premier israeliano come una provocazione, definendola la “risposta alla lettera inoltratagli la settimana scorsa da Abu Mazen”, in cui il presidente palestinese chiedeva esplicitamente il “congelamento” delle attività di colonizzazione come precondizione essenziale alla ripresa dei negoziati. Le due parti – riferisce un portavoce dell’ANP – avevano infatti concordato che Netanyahu avrebbe risposto alle richieste di Abu Mazen entro un limite di due settimane. Una mossa, quella messa in atto dall’esecutivo israeliano, che pone in serio pericolo al rilancio dei negoziati di pace, anche se fonti governative si affrettano a chiarire che la legalizzazione non cambia “la realtà sul terreno, né comporta la creazione di nuovi insediamenti o un’espansione di quelli esistenti”. Un funzionario del governo israeliano ha inoltre negato che i tre insediamenti di Bruchin, Rechelim e Sansana siano da considerarsi illegali, affermando che la loro costruzione era stata autorizzata da precedenti governi e che quindi l’ufficializzazione risponderebbe soltanto a questioni di tipo tecnico e procedurale.

In realtà, la questione degli avamposti in Cisgiordania rimane fortemente critica per lo stesso esecutivo israeliano. A differenza delle colonie, autorizzate dal governo di Tel Aviv nonostante siano considerate illegali in base al diritto internazionale, gli avamposti non sono riconosciuti neppure dalla legge israeliana, in quanto non pianificati dalle autorità competenti. E proprio la legalizzazione di questi insediamenti sta mettendo a dura prova la coalizione governativa. La questione più spinosa è quella relativa allo sgombero del quartiere Ulpana, nell’insediamento di Beit El, che si trova nei pressi di Ramallah. Qui, su terre private palestinesi, sono stati costruiti illegalmente cinque edifici, abitati da 30 famiglie israeliane. Il premier Netanyahu ha espresso la volontà di rivolgersi alla Corte Suprema di Israele per cercare di ottenere una proroga allo sgombero dei palazzi in  questione che, in base alla decisione dell’Alta corte israeliana, dovrebbero essere rasi al suolo la settimana prossima. La vicenda sta generando forti tensioni tra il ministro della Difesa Ehud Barak, favorevole allo sgombero alle demolizioni degli avamposti ordinate dalla Corte Suprema, e il vicepremier e ministro degli Affari Strategici Moshe Ya’alon, del partito nazionalista Likud, vicino alle posizioni dei coloni. Non è chiaro se la corte approverà il rinvio, ma la questione rischia di scatenare una crisi di governo.

Intanto, non mancano di far sentire la propria voce alcune organizzazioni pacifiste israeliane, fortemente critiche riguardo alla politica degli insediamenti. Il governo Netanyahu, “invece di puntare sulla pace, rende legali insediamenti che finora non lo erano” denuncia l’Ong Peace Now. Gli fa eco lAssociation for civil rights in Israel (Acri), che sottolinea come entrambe le tipologie di insediamenti, sia quelli legali che quelli illegali siano una “chiara ed evidente violazione dell’articolo 49 della quarta Convenzione di Ginevra, che riguarda la protezione dei civili sotto occupazione.”

Francesca Garreffa

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